


Le rose, gli ulivi, i muri appaiono soffocati e quasi di cenere in alone di aria ferma. La realtà è sul punto d’essere riconvolta nel flusso che la sospinge. È realtà esistenziale. In quella visione, Gagliolo trova nelle cose ciò che giace nel suo animo. Con un fare prudente e sommesso, con un continuo controllo mentale. I muri sono aridi greti, gli ulivi, umili e memori, le rose, di una fermezza angelica, sospesa sull’ombra. Qualcosa di intimo lumeggia il quadro: appena un fremito sulla pacatezza quotidiana. Siamo nella tradizione della Liguria sbarbariana, povera e arida, di sperdute verità che si aggrappano ai declivi in un battito d’ala. Un’aria clemente, qualcosa d’abile circola intorno a quella vegetazione di ulivi e rose, dà il suo tono alla comparsa dei grigi e degli ocra sul passo del suolo. Una polvere di memoria riveste le cose del loro abito più semplice. Gagliolo abita e lavora in una valle che va dal mare alle prealpi, valle in ascesa, percorsa da ombre e luci violente. Ma si direbbe che si difenda dai chiarori ventosi, con una sobrietà monacale, talora in una monocronia di silenzio. Se le rose ardono bianche, gli ulivi sono decapitati e quasi fatti minerali; ne rimane soltanto una luce scabra.
Francesco Biamonti Aprile 1994